martedì 30 giugno 2015

Goblin Rebirth: la recensione dell'album.


Oggi, 30 giugno 2015, è la data ufficiale di pubblicazione dell'album omonimo d’esordio dei Goblin Rebirth. Il lavoro prodotto e missato da Fabio Pignatelli, co-prodotto dalla band, masterizzato da Bob Fix, si presenta con una fantastica copertina curata da Orion Landau.



L’album si apre su “Requiem For X” (Anselmi, Pignatelli, 4’16”) con suoni di carillon, campanelle da chiesa, un synth che fischia il tema triste, voci filtrate, un arpeggio di pianoforte e l’organo da requiem su cui si innestano i tipici stacchi dei Goblin per poi prendere ritmo e presentare un nuovo tema chitarristico con svisate solistiche, ripreso dal synth in assolo sino al finale con l’arpeggio di tastiere e gli stacchi conclusivi. Il pezzo sembra rievocare nascita, vita e morte di un goblin ed è una degna apertura per questo lavoro, lasciando trasparire richiami al passato ma anche nuovi impulsi. Per Pignatelli "il pezzo è nato da un arpeggio ed una melodia di Giacomo che poi ho sviluppato. La musica è un’ode funebre a X il protagonista dell’album" mentre Anselmi ha precisato che "la canzone è una preghiera. Parte in modo molto triste ma si sviluppa sino a diventare furiosa nel finale. Narra la storia della morte di un goblin e Fabio ha arrangiato tutto il brano. Si pensava di far intonare ad un bambino la melodia fischiata all’inizio ma poi abbiamo cambiato idea, non volevamo un altro ‘School At Night’. E’ incredibile, un crescendo continuo sino a quando la canzone si ferma: quello è il momento in cui X muore".

“Back in 74” (Zammit, 4’23”). Suoni siderali, riff di tastiere, entrano batteria e basso in un incedere fusion molto seventies. La chitarra elettrica si produce in armonici a cui segue un intermezzo dissonante di tastiera ed il tema, una scala suonata da organo ed elettrica all’unisono. La struttura viene ripetuta, poi il pezzo si ferma e riparte sugli interventi della batteria e gli accordi di pianoforte, note soliste di synth ed un assolo di chitarra elettrica, moderno e dissonante che porta al finale con la ripetizione del tema suonata questa volta dal moog e le note conclusive di carillon. “Back in 74” non è semplicemente un ritorno alle origini, a quel 1974 in cui i Goblin tentarono la carta inglese ed incisero Cherry Five, il brano richiama il passato ma lo fa in modo innovativo con Zammit che firma il pezzo migliore dell’album.

“Book Of Skulls” (Zammit, 6’07”) inizia con un accenno di coro gregoriano ed un trascinante giro di basso sabbatiano in primo piano, sostenuto dalla batteria. Parte un tema misterioso al synth seguito da orpelli artificiali gorgoglianti e poi ripreso dalla chitarra in assolo. Il pezzo si velocizza e si ferma su arpeggi di tastiera ed un nuovo tema triste suonato da synth e piano, poi sottolineato dalla chitarra e dalla entrata della batteria su una base di simil mandolini con il ritmo che raddoppia verso il finale.

“Mysterium” (Cherni, Pignatelli, 4’24”). Un arpeggio nervoso di elettrica su cui si innestano in contrappunto le scale gobliniane di tastiera, entra la batteria quadrata ma su tempi dispari ed altre tastiere con sonorità da xilofono, un brevissimo intermezzo di tastiere con effetto coro, riparte il riff ed entra anche il basso pastoso, tastiere coro intonano un tema inquietante seguito da alcuni breaks e dalla elettrica. Dopo una pausa, riparte il tema iniziale eseguito dalle tastiere su accordi di buzuki mentre un synth colora un assolo dai bei suoni sintetici su cui basso e batteria scandiscono una cadenza ‘suspiriana’, innesco per un assolo di chitarra elettrica a cui seguono la ripresa del tema ed una sezione di breaks in crescendo. “Mysterium” è un pezzo molto elaborato in cui le note iniziali della chitarra evocano il riff di “Girl u want” dei Devo ma si percepiscono rimandi a “Suspiria” (ed anche “L’alba dei morti viventi” nel tema di tastiere) ed è un bel saggio delle capacità tecniche dei musicisti con Anselmi che suona un assolo degno di un gruppo metal mainstream degli anni ’80.

“Evil in the machine” (Pignatelli, Zammit, 6’17”) viene innescato dalle linee veloci del basso potente seguito dalle entrate cadenzate di batteria ed elettrica, preludio ad uno shuffle di batteria su linee di basso ostinate ed incalzanti e misteriche note di synth. Una voce artificiale intona: “Evil in the machine, demonize dehumanize, for absolutely control. Evil in the machine, demonize dehumanize, to sanctify your soul, Binary infection, Binary infection”. Terminato il ‘cantato', si innestano entrate arrembanti ed un sottofondo di quasi mellotron per poi ripartire con il giro di basso iniziale e la ripetizione del cantato. Pignatelli riesce nell’impresa di superare l’entrata leggendaria di Chris Squire in “Does it really happen” degli Yes con un basso di potenza devastante. Il pezzo è sospeso tra ritmiche disco futuristiche alla Moroder con tanto di vocoder e sezioni più disarmoniche e prog, care ai King Crimson degli anni ’80.

“Forest” (Pignatelli 6’26”). Synth atmosferici, note d’organo e di synth, una  voce di donna dolce e melodiosa, entrano il basso e percussioni digitali in eco, gli arpeggi di chitarra elettrica e quindi la batteria. Dopo un assolo ‘alla Gilmour’, il pezzo si acquieta su percussioni riverberate, qualche nota di basso e sfuma lentamente su effetti di tastiere e nastri. Brano atipico, sospeso tra ambient e new age vede l’apporto vocale ‘celtico’ di Roberta Lombardini, già collaboratrice con Cherni nei Fluido Rosa e nell’album A New World dei Soundquake Project.

“Dark bolero” (Pignatelli 4’48”). Una cadenza d’archi, percussioni, chitarra acustica battente e spagnoleggiante, il violoncello di Francesco Marini esegue un tema drammatico a cui fa poi da contraltare un motivo di tastiere quasi a carillon, entra la batteria su tempi dispari e poi il basso in assolo. Il pezzo si sviluppa in senso etno rock e dopo il bridge la sezione finale presenta un coro di voci che intona una litania adatta ad un remake de 'Il presagio'.

“Rebirth” (Pignatelli 7’36”). Un loop inquietante di synth, veloci percussioni, un tema gobliniano, vorticose linee di basso e charleston, un brevissimo intermezzo con scale di chitarra ed una ripartenza con arpeggi di buzuki ed il ritmo velocizzato, un tema al synth in crescendo così come il brano che sfocia in una assolo di chitarra elettrica e termina su effetti, loop di tastiere e suoni atmosferici. “Rebirth” presenta una varietà di spunti, si parte con le fragranze medio orientali delle percussioni di Arnaldo Vacca (presente anche in “Dark Bolero”), il tema acustico che rievoca ‘Profondo rosso”, una parte rock ed una più prog con un incedere alla Genesis dei tempi d’oro di Selling England by the pound, un assolo di chitarra elettrica con le scale classicheggianti care a Malmsteen, un finale su effetti ambient molto pinkfloydiani.


Goblin Rebirth è un album vario in cui si sentono influenze diverse e non solo quelle della musica da film horror: il prog si mescola con la fusion  di Brand X ed UK ma anche con world ed ambient music in un amalgama piacevole e scorrevole. Un’anima diversa che richiama certamente i Goblin ma con caratteristiche peculiari, dimostrando così che i Goblin Rebirth hanno una loro ragione d’essere. Gli innesti alla storica sezione ritmica si rivelano acquisti di assoluto valore, non solo dal punto di vista esecutivo ma anche da quello compositivo, tanto che i brani firmati (o co-firmati) da Zammit, Chermi ed Anselmi ad un primo ascolto risultano i migliori dell’album. La band presenta l’album come una sorta di concept, come si usava fare negli anni ’70 ed in un foglio inserito all'interno della copertina viene raccontata la ‘trama’ dell’album, suddivisa per ogni singolo brano, quasi che la band non si fidasse della forza evocativa e filmica della loro musica, sicuramente superiore a quella della trama riportata e che così può essere riassunta:
X, un goblin morto per essersi fatto vedere da un cacciatore, assiste al suo funerale / e poi rivede la sua infanzia. / Messosi in viaggio, raggiunge un palazzo scolpito nella roccia dove prende un libro / si perde in un misterioso labirinto, spiato, apre una porta e / si trova in un mondo digitale costruito dagli umani in cui intravede una figura simile a lui, una femmina delle sua stessa specie / con la quale vaga in una foresta incantata, innamorandosene / ma che poi tradisce venendo abbandonato, la sofferenza è enorme, tanto da sentirsi morire / per poi rinascere in un nuovo ciclo vitale.



Da notare che il CD e il vinile hanno una scaletta dei brani leggermente diversa. Quella scelta dal gruppo segue l’ordine che ho riportato nella recensione ma nel vinile (per ottenere una durata uniforme sui due lati e quindi una ottimale qualità audio) la scaletta è questa: Requiem For X, Back in 74, Book of Skulls, Forest / Evil in The Machine, Mysterium, Dark Bolero, Rebirth.
                                                                      Fabio Capuzzo


sabato 20 giugno 2015

Cherry Five: Il pozzo dei giganti. Recensione dell'album e del concerto d'esordio.




Il 18 maggio scorso si sono presentati sulle scene discografiche e concertistiche i Cherry Five. La band capitanata da Carlo Bordini e da Toni Tartarini allinea tra le proprie fila il tastierista Gianluca De Rossi (Taproban), già compagno del batterista nell’avventura De Rossi & Bordini, il chitarrista Ludovico Piccinini (Prophilax) ed il bassista Pino Sallusti (Pino Sallusti Group, Pasquale Innarella Quartet). In occasione del FIM, la Fiera Internazionale della Musica che si è tenuto a Genova dal 16 al 18 maggio, è stato pubblicato in una prima edizione limitata di appena 100 copie numerate a mano e con copertina a poster, il CD Il pozzo dei giganti, registrato tra marzo ed aprile 2015 nello Studiosette di Roma (già sede delle prove nel giugno 2014). L’album che reca in copertina un dipinto di Daniela Ventrone è dedicato alla Divina Commedia di Dante Alighieri e contiene tre brani: “Il pozzo dei Giganti”, “Manfredi” e “Dentro la cerchia antica”.


 “Il pozzo dei Giganti”, si apre in modo rumoristico con piatti, armonici di basso, note d’organo effettate con il Leslie su cui entra il riff d’organo, assoli di chitarra e la voce, un bridge eseguito all’unisono da tastiere ed elettrica, poi entrambe in assolo con il MiniMoog dalle sonorità Simonettiane. Subentra quindi una parte più melodica, divisa in due sezioni, la prima si conclude su un assolo di batteria, la seconda sugli accordi aperti e ripetuti del pianoforte ed il cantato drammatico per poi sfociare in assolo di basso acustico, prima melodico poi più veloce ed in un intenso assolo di chitarra elettrica. Inizia quindi un tema al piano elettrico dalle coloriture quasi funk ma assai rallentato, ripetuto poi anche dalla elettrica con l’organo a fare da sottofondo e la voce che recita versi in latino su cui si inserisce una parte in crescendo con il tema eseguito dal synth, un assolo di chitarra ed una nuova pausa su cui si innesta una tastierina, percussioni, mellotron e quindi l’elettrica dura e tagliente con la voce che raggiunge toni più alti, urlando un “chi mi salverà” in un crescendo disperato sottolineato da un assolo teso di Moog e dal finale con gli stacchi dei vari strumenti. 
Il pezzo si sviluppa come una vera e propria suite di rock progressivo della durata di 25 minuti, in cui parti cantante si susseguono ad altre strumentali con frequenti stop a cui corrispondono ripartenze che sviluppano temi musicali diversi. Il brano è ispirato all'episodio dell’Inferno in cui Virgilio mostra a Dante il pozzo in cui si trovano, conficcati nel suolo, gli appartenenti alla stirpe dei Giganti e dal punto di vista musicale evoca atmosfere variegate che sottolineano sia la cupezza dell’Inferno che gli stati d’animo dei dannati mentre i Giganti che Dante sembra punire per la superbia simile a quella di Lucifero, diventano più prosaicamente tutti gli approfittatori ed i meschini: “troppi giganti fasulli cresciuti alle spalle degli altri, troppi giganti vigliacchi nascondono i piedi di argilla”.


“Manfredi” è la trasposizione musicale dei versi 103-145 del canto III del Purgatorio: Dante incontra Manfredi di Svevia che gli narra di essere stato un cavaliere, acerrimo nemico del potere ecclesiastico e per questo scomunicato ma che, colpito a morte in battaglia, si pentì sinceramente, tanto da essere perdonato da Dio e gli chiede di riferire alla figlia Costanza che non è all’Inferno ma nell’Antipurgatorio e che le sue preghiere posso abbreviare la sua permanenza. Il brano della durata di sedici minuti si suddivide in quattro ‘sezioni’ secondo una struttura cara anch’essa alle suite ed ha come modello, nelle intenzioni degli autori, le composizioni dei Gentle Giant. “Manfredi” si apre su “La forza del guerriero” i cui riff di elettrica, il tema baldanzoso ed il cantato rievocano la PFM e la figura fiera del cavaliere. “Il tempo del destino”, pacata e melodica, scandita sul plettro ed il bordo rullante con un bel assolo lirico di chitarra elettrica, narra della presa di coscienza di Manfredi che va incontro al suo destino. “Terra rossa” con il riff di elettrica contrappuntato dall’organo, rievoca campi di battaglia impregnati di sangue. In “Un mondo tra noi due” si torna su registri ampiamente melodici, una lettera d’amore che Manfredi rivolge alla figlia, in cui ricorda i giochi, rimpiangendo il tempo perduto ed invocando la sua preghiera, fiducioso di poterla riabbracciare per l’eternità.

“Dentro la cerchia antica” ispirato al XV canto del Paradiso in cui Dante incontra l’avo Cacciaguida che gli parla dell'antica e morigerata Firenze, ben diversa da quella conosciuta dal Poeta, ricorda la PFM e la musica popolare medioevale con strumentazione acustica, synth flautati, percussioni, un ritmo da danza di corte ed un lungo assolo finale di chitarra elettrica melodico ma di impostazione metal al termine del quale parte una ripresa strumentale del tema de “Il pozzo dei giganti”.

Il pozzo dei giganti è un ottimo album di rock progressivo che avrebbe fatto gridare al capolavoro se fosse uscito negli anni ’70. La band è quanto mai affiatata, pur risultando sulla carta composta da musicisti con esperienze musicali completamente diverse. 


Carlo Bordini possiede una tecnica impeccabile ed è un piacere risentirlo in ambito rock dopo decenni di musica classica e jazz;


Antonio Tartarini conferma di avere una delle voci più belle del panorama prog italiano ed il suo cantato risulta particolarmente emozionante nelle parti più melodiche;


Gianluca De Rossi sfoggia estro e strumentazione degna dei migliori tastieristi anni ‘70: Hammond C3 equipaggiato con Leslie 122, MiniMoog, Mellotron M400, Fender Rhodes MKII, Hohner Clavinet D6 ma anche Piano Yamaha CP33 e Roland JX8P;



Ludovico Piccinini si rivela un chitarrista talentuoso e duttile dalla solida tecnica che radica nella musica classica, dando prova di essere ben più di un chitarrista metal potendo portare accentuazioni jazz e fusion;



il jazzista Pino Sallusti con un passato di esperienze con artisti come Mike Mainieri, Geroge Garzone, Eddie Henderson e Gary Bartz adotta in un contesto prog bassi acustici elettrificati e contrabbasso con risultati sonori sorprendenti.



La formazione ha debuttato dal vivo lo stesso 18 maggio con un concerto nel Prog Festival del FIM. La band, alle 15.30, dopo aver eseguito “Il pozzo dei giganti” e “Manfredi” si è lanciata, emozionatissima (soprattutto Tartarini che potrebbe far parte dei nuovi Il Ritratto di Dorian Gray, dato che appare tale e quale a quarant’anni fa!), in una bella versione di “Country grave-yard”, fedele all’originale grazie alla perizia degli ottimi musicisti e che ha lasciato senza fiato i pochi ma attenti spettatori, tra cui il sottoscritto e l’amico Roberto Attanasio. Dopo aver assistito all’intero concerto fianco a fianco, al termine del pezzo ci siamo abbracciati, consci di aver assistito ad un avvenimento al limite dell’incredibile anche per due fan sfegatati come noi, un’ulteriore dimostrazione che nulla è impossibile nel mondo dei ‘Goblin’.




lunedì 11 maggio 2015

Ritorna ‘La Chiesa’ in una nuova edizione in vinile.



La AMS ha pubblicato una nuova versione del LP ‘La Chiesa’, originariamente uscito per la Cinevox nel 1989. 

Chi ha letto il mio libro sa bene che la realizzazione di questa pellicola è stata funestata da tutta una serie di contrattempi con riguardo alla stesura del soggetto (inizialmente doveva intitolarsi 'Return to the land of the demons'), al cambio del regista Lamberto Bava ed alla realizzazione della colonna sonora, quest’ultima con aspetti a dir poco imbarazzanti circa il ruolo di Keith Emerson.


Originariamente la AMS pensava di ripubblicare questo LP tale e quale con la sola ‘forzata’ mancanza del brano Floe composto da Philip Glass ed eseguito da Martin Goldray, posto che ormai da anni non è più in licenza alla Cinevox. A questo punto ho suggerito di modificare la copertina e di integrare la scaletta, aggiungendo i pezzi inediti di Fabio Pignatelli, eseguiti a nome Goblin ed inclusi solo nella versione su CD pubblicata nel lontano 2001, eliminando le canzoni dei Zooming on the Zoo e dei Definitive Gaze che nel film compaiono a malapena, diffuse da una radio ed il remix di The church di Emerson che è in pratica identico al pezzo originale.

Già che c’ero ha fatto anche un piccolo remaster ma devo dire che c’è una differenza abissale tra la qualità sonora dei brani di Pignatelli e quelli di Emerson che sembrano un demo inciso in una grotta con un due piste, cosa che viene evidenziata dalla alternanza nella scaletta dei pezzi dei due compositori.

La nuova versione de ‘La Chiesa’ è stata pubblicata in una prima tiratura di 500 esemplari in vinile arancio con venature gialle ed è acquistabile sul sito della BTF.



giovedì 30 aprile 2015

Goblin Rebirth l’album di inediti!


 
E’ acquistabile in prevendita da ieri sera l’album di inediti dei Goblin Rebirth che verrà pubblicato a fine giugno dall’etichetta Americana Relapse Records.

L’album conterrà 8 brani ed è una sorta di concept album, ecco la tracklist:

1. Requiem For X

2. Back in 74

3. Book of Skulls

4. Mysterium

5. Evil In The Machine

6. Forest

7. Dark Bolero

8. Rebirth

Decisamente fantastica l’immagine scelta per la copertina, il feto di un baby demonio in attesa di scendere sulla terra, invece dello ‘starchild’ di '2001 odissea nello spazio', un ‘evilchild’ in odor di 666.


 
E’ stato caricato su Youtube un breve teaser dell’album con spezzoni di tre brani che promettono bene, l’ultimo dei quali (Evil In The Machine) ha anche una parte ‘cantata’.


Si prospettano ingenti spese per i fan dato che la Relapse ha messo in vendita CD, LP in vinile nero (1450 copie),
 
vinile limitato argento in 250 esemplari,
 
vinile rosa e oro (bellissimo) limitato a 200 esemplari.
 
Ma penso non finirà qui, è previsto anche un vinile trasparente (100 esemplari) non ancora in vendita e mi sa che ci saranno ulteriori edizioni europee ed americane. Disponibile anche la maglietta!
 

sabato 18 aprile 2015

Cinevox e Goblin per il Record Store Day 2015.



Sabato 18 aprile è la giornata del Record Store Day, la manifestazione dedicata ai negozi di dischi vecchio stile, quelli fisici in cui andare per chiacchierare con il gestore a cercare rarità tra i calti.
Quest’anno il Record Store Day riserva delle belle sorprese per i fan dei Goblin.


La Cinevox, la mitica etichetta discografica, croce e delizia per tutti noi, ha deciso di tornare sul mercato con una produzione ‘fisica’ (dopo anni di soli file digitali disponibili per il download) con un prezioso cofanetto che racchiude 5 singoli a 45 giri, scelti tra la vastissima produzione dell’etichetta, a rappresentare cinque filoni cinematografici tra i più amati dal pubblico.
I singoli sono:
Giù la testa / Dopo l’esplosione di Ennio Morricone a rappresentare il Western:.
La polizia sta a guardare / Turning point di Stelvio Cipriani per il Poliziesco.
Profondo rosso / Death dies dei Goblin per l’horror.
Febbre da cavallo / Tris di Bixio – Frizzi – Tempera per la Commedia.
Cinque bambole (versione Coro) / Ti risveglierai con me (Finale - versione film) di Piero Umiliani / Il Balletto di Bronzo per i Thriller.

Le copertine ricalcano quelle delle produzioni originali dell’epoca (tranne che per ‘5 bambole per la luna d’agosto’ che all’epoca uscì solo in versione LP) ma sono realizzate in cartoncino pesante. Il box è accompagnato da un libretto di 16 pagine con note di copertina, riproduzioni d materiale pubblicitario e foto di musicisti tratte dagli archivi Cinevox, molte delle quali mai viste prima! 


Le note di copertina sono ‘opera’ del sottoscritto ed è una grande soddisfazione personale aver contribuito ad un box celebrativo della Cinevox, sicuramente l’etichetta più presente nella mia collezione (non li ho mai contati ma avrò almeno un centinaio di dischi Cinevox!).
Il box è stato prodotto (con il prezioso supporto e la distribuzione della AMS di Matthias Scheller) in 500 esemplari numerati, 400 con i vinili colorati (‘Giù la testa’ bianco,  ‘La polizia sta a guardare’ giallo, Profondo rosso rosso, ‘Febbre da cavallo’ blu, ‘5 bambole per la luna d’agosto’ nero) mentre i primi 100 hanno i vinili trasparenti.






La AMS ha anche stampato per il Record Store Day la riproduzione del 45 giri dei Goblin Chi?, sigla della omonima trasmissione televisiva ed originariamente pubblicato nel 1976. 


Anche questo singolo è stato realizzato in doppia versione: 100 copie in vinile trasparente e le rimanenti in vinile bianco. Imperdibile!


sabato 4 aprile 2015

Four of a kind. La recensione di Fabio Capuzzo.


Four of a kind nasce da un’urgenza perentoria di Morante, Pignatelli, Guarini e Marangolo: dimostrare a tutti che sono loro i veri Goblin. I quattro musicisti scelgono la strada più difficile, realizzare in studio un album di inediti, gettando un vero e proprio guanto di sfida in faccia a Simonetti ed ai suoi Goblin/Daemonia che da decenni si limitano in pratica a riproporre il repertorio storico. Questo è il campo di battaglia atteso dai fan, non certo quello dei social media teatro di sterili ed umilianti polemiche. Una sfida già vincente solamente per il coraggio dimostrato ma che i Goblin 4 (nome scelto per aggirare il copyright che è detenuto dalla Cinevox) portano a compimento con successo, mostrando progressi sul fronte compositivo ed esecutivo rispetto al precedente BackToTheGoblin2005. Progresso che trova fondamento, oltre che nella voglia di rivalsa, dalla circostanza che mentre BTTG2005 era nato come il lavoro di studio di una band che non suonava assieme da anni, 4K si è sviluppato dopo l’esperienza live che ha riacceso l’interazione tra i musicisti anche se a livello compositivo si sentono chiarissime le influenze dei vari autori, tanto che, in quelle firmate a più mani, è possibile addirittura distinguere i ‘blocchi’ composti da ogni singolo musicista. A livello compositivo la parte da leone la fa Pignatelli che firma ‘in solitaria’ tre pezzi e collabora alla stesura di altri tre. Fabio, oltre al basso, suona le tastiere, talvolta con uno stile ‘simonettiano’, a tal punto che, per quanto riguarda l’attività in studio, è come se i Goblin 4 avessero due tastieristi in formazione. Quasi di conseguenza Guarini rimane un po’ più in ombra, firma da solo un pezzo (ne aveva scritto anche un’altro che però è stato ‘cassato’ da Morante) e collabora alla stesura di altri due ma le sue parti di tastiera sono efficaci. Morante compie un bel passo avanti di riavvicinamento all’estro solistico degli anni ’70. Marangolo è molto più ispirato rispetto a BTTG2005, sfoggiando più scomposizioni e fill in un singolo brano che molti batteristi in un intero album.



Per quanto riguarda la copertina, l’artwork di Sean Chappell ha diviso i fan: ad alcuni è piaciuto, altri l’hanno odiato, giudicandolo brutto e fuorviante. Per quanto mi riguarda e per l’idea che ho dei ‘Goblin’, diciamo che la giudico poco adatta. E’ una copertina da band metal ma per me i Goblin sono altro, un fenomenale amalgama musicale proprio perché la band è formata da musicisti che possono suonare (e spesso hanno suonato) i più disparati generi: prog, rock, funky, disco, fusion, hard, mantenendo sempre il tocco che li contraddistingue. E’ anche vero che ai concerti dei ‘Goblin’ la parte predominante del pubblico sta diventando di estrazione metal con gli amanti del progressivo che, anche per ragioni d’età, sono in calo. E poi non c’è foto in cui Morante non sfoggi le corna care a Ronnie James Dio (ma mostrate per primi dai Coven, già originari utilizzatori del disegno del diavolo di Boilly, quello che appare sulla copertina di Roller, come ho riportato qui), cosa che di certo non fanno Steve Hackett o Martin Barre. Per cui se i Goblin ritengono che il loro pubblico prevalente sia di metallari, la scelta della cover è corretta. I due acrilici di Sean Chappell (in pratica campo e controcampo del diavolo che gioca a poker utilizzando un mazzo di carte in cui i ‘K’ hanno i volti dei musicisti) sono di gran lunga le opere migliori che ho visto sul sito dell’autore, per cui da parte sua l’impegno è stato massimo e tecnicamente sono ben eseguiti. Carina poi l’idea di dare ad ogni musicista un ‘seme’ personalizzato e di contrassegnare gli ospiti (Antonio Marangolo ed Aidan Zammit) con due ‘matte’ diverse.



Ma veniamo ai singoli brani. Vi avverto subito che la mia sarà una recensione sui generis, ben diversa da quelle usuali, una specie di esperimento in cui descrivo la musica e le sensazioni che mi provoca, compresi i film mentali che ho immaginato ascoltando (per la quarta volta, quindi a brani già memorizzati) l’intero album, canzone dopo canzone, prendendo appunti ed elaborando le storie (e vi rassicuro che non faccio e non ho mai fatto uso di sostanze stupefacenti!!) che magari potrebbero cambiare od arricchirsi nel corso di ulteriori ascolti.

Uneven Times (Pignatelli, Morante, Guarini, 7’25”). Un suono oscuro di synth, un giro ad anello di tastiere atmosferico e maligno, entrate imperiose di batteria che si produce in sapienti fill e di chitarra elettrica con svisate. I Goblin sono tornati! Il tempo si acquieta, le tastiere espongono il tema incalzate dal basso elettrico in veste solista che si esprime in giri armonici potenti, talvolta all’unisono con le tastiere. Voci campionate, la chitarra elettrica suona un tema in crescendo di poche note sostenute, altri break portano ad un lunghissimo bridge cadenzato da batteria ed elettrica su cui il synth ricama un tema progressivo, contrappuntato dalla chitarra per dare spazio a nuove entrate in crescendo che portano ad una apertura più pacata su cui il sax si produce in un assolo nervoso, addirittura stridente nella parte conclusiva che conduce al finale, in cui viene ripreso il tema chitarristico.
I Goblin 4 decidono di aprire Four of a Kind con il pezzo più ‘difficile’ del nuovo lavoro. Una quasi suite che non assomiglia a nulla prodotto dalla band in precedenza ma che pure è marchiato a fuoco Goblin, mescolando progressive anni ’70 (Yes) e più moderno (i Rush di Marathon nell’apertura a 4’40”) con l’apporto di Antonio Marangolo al sax che realizza un assolo ben diverso da quelli che aveva regalato ai Goblin in passato, quasi ostico, depurato da facili armonie.

In the name of Goblin (Morante, 4’40”). Un synth con voce di donna fa capolino e fugge, la chitarra acustica elettrificata arpeggia mentre le dita strisciano sulle corde alla ricerca degli accordi, il moog intona giulivo il suo canto di morte, entra imperiosa la sezione ritmica con ancora il moog a svisare. La chitarra elettrica esegue il tema del brano, una armonia semplice ed efficace, sostenuta dall’organo e da un basso arrembante. Il pezzo si ferma e inizia nuovamente con belle entrate di batteria e basso, note atmosferiche di synth, solismi di basso per poi ripetere lo sviluppo.
In the name of Goblin, titolo programmatico per l’intero lavoro, è un evidente omaggio a Profondo rosso per l’arpeggio di acustica, il moog e l’organo ma le note iniziali di tastiera richiamano anche lo score per nonhosonno mentre le linee di basso ricordano le scale variegate di Roller. Ciò nonostante, il brano ha una sua valenza autonoma ed una indubbia efficacia, tanto che mentre lo ascoltavo mi è venuto in mente il soggetto per il seguito del capolavoro di Dario Argento, naturalmente con In the name of Goblin come main theme.
La soluzione della catena di omicidi legati alla morte della sensitiva Helga Ullman aveva segnato nel corpo e nell’anima la giornalista Gianna Brezzi. Nonostante l’amore per Marc e la nascita del figlio Carlo, la serenità si era infranta. Ed ora, a distanza di 40 anni, le ricerche di uno studente di musica, intenzionato a ritrovare Marc Daly, ritiratosi dalle scene dopo aver composto, ispirato a quei tragici avvenimenti, quello che è considerato il capolavoro del jazz-rock psichedelico e poi scomparso nel nulla, riportano alla luce angosce terribili. Tutte quelle domande sconvolgono anche Carlo, così sensibile ed introverso che da Marc ha ereditato un grande talento musicale che però ha ripudiato, come segno di ribellione verso un padre che l’ha abbandonato, forse per tornarsene negli USA. E poi nuovi delitti insanguinano Roma, preceduti dalle note di una celebre canzone dei Goblin, ‘Profondo rosso’, proprio il brano che aveva segnato la storia d’amore tra Marc e Gianna….

Mousse roll (Guarini, 5’00”), inizia su un tema di carillon su cui si innesta il bouzuki, colpi in stereo di percussioni elettroniche, una voce sintetica di bimbo che intona una triste nenia su cui entra l’organo e quindi la batteria in un mid-tempo segnato dalla chitarra elettrica mentre le tastiere riprendono il tema e si impegnano in variazioni solistiche per poi sfumare come all’inizio.
Questa volta il modello di riferimento è Suspiria ed il pezzo sembra quasi una vendetta personale del tastierista dopo che Simonetti su FB aveva negato qualsiasi partecipazione di Maurizio a quello score come invece affermato da Guarini anche nel mio libro.
Il piccolo Albert è sopravvissuto all’incendio che ha devastato l’accademia di danza di Friburgo, causando la morte dello staff di insegnanti e del personale di servizio. Il bambino viene affidato alle cure di una coppia che ben presto avrà modo di constatarne stranezze caratteriali e comportamentali. Albert di nascosto tortura a morte gli animali e poi li riporta in vita intonando formule magiche per torturarli nuovamente e servirsene per fare del male. L’arrivo dei nuovi vicini di casa e della loro figlia….

Bon ton (Marangolo, Pignatelli, 4’32”). Suoni drammatici, percussioni, un ritmo incalzante e cadenzato, fantastiche svisate sintetiche di tastiere. Poi la batteria sparisce, rimangono le percussioni, synth atmosferici ed il basso che tira fuori un giro fusion, spunto irresistibile per la batteria che innesca uno shuffle su cui la chitarra elettrica arpeggia accordi rock’n’roll per poi partire in un lungo assolo melodico ed intenso.
Bon ton è tra le cose migliori dell’album, un pezzo scritto dalla sezione ritmica (e si sente!) che pur evocando in alcuni suoni e cadenze Killer on the train e Sleepwalking è del tutto nuovo. Marangolo e Pignatelli sono accreditati anche come tastieristi (manca invece in questo pezzo Guarini) ma voglio pensare che l’indovinatissimo assolo di synth sia dell’ospite Aidan Zammit che così viene ripagato per il prezioso contributo che ha saputo dare nell’attività concertistica della band. Morante si ritaglia un bel assolo ed il pezzo si conclude in modo aperto con un giro di chitarra elettrica ed il ‘tiro’ della sezione ritmica, un innesco perfetto per assoli incrociati qualora il pezzo venisse eseguito (come spero) live.

Kingdom (Pignatelli, 5’30). Synth ondivaghi, un giro di pianoforte ed un tema malinconico di synth, ripreso dalla elettrica, un movimento percussivo elettronico marziale su cui si innesta batteria, basso, chitarra elettrica e tastiere. Dopo una ripresa del tema iniziale con vari break si inserisce anche l’organo ed un assolo di chitarra elettrica di impostazione hard ma melodico.
Un  pezzo con un afflato epico ed alcune sonorità di tastiere che richiamano i Goblin del periodo Notturno.

Dark blue(s) (Pignatelli, 4’57”). Pochi suoni atmosferici, entra la batteria a tenere il più classico dei tempi blues, si innestano le note calde dell’organo, tappeto sonoro ideale per la chitarra elettrica che prima esegue il tema e poi parte in un assolo malinconico al termine del quale inizia la variazione sul tema, più scandita e contrappuntata da un coro di voci campionate.
Lo stupore è stato generale quando si è saputo che i Goblin avrebbero incluso un blues nel nuovo album. La cosa non mi ha colto di sorpresa, in fondo L’alba dei morti viventi era già un blues, quella cadenza rendeva bene l’andatura caracollante degli zombi. E poi stiamo parlando di musicisti che hanno iniziato a suonare alla fine degli anni ’60 quando il blues veniva riletto ed aggiornato da band come Cream e Led Zeppelin, quel genere fa parte del loro dna musicale. Pignatelli (che suona le tastiere e sostituisce Guarini) serve a Morante un piatto prelibato ed il chitarrista sfodera un assolo di maniera (perché rispetta tutti i dettami classici) ma perfetto che me lo riporta d’incanto negli anni ’70, in attesa del diavolo al crocicchio... C’è chi ha fatto paragoni con Gilmour (suppongo per alcune note alla Shine on you crazy diamond) ma a me è venuto in mente Joe Bonamassa non tanto per qualche debito (Morante è un chitarrista molto personale) ma per la rispettosa adesione agli stilemi classici del blues. La seconda parte del brano con il tema suonato all’unisono da chitarra, basso e tastiere contrappuntato dal ‘coro’ e un po’ rovinato dall’uso troppo insistente delle voci campionate ed in primo piano che finiscono per oscurare il fraseggio finale di Morante, sarebbe bastato sfumarle prima o tenerle più basse nel mix. Comunque, chapeau.

Love & hate (Pignatelli, 5’25”). Un loop isterico di tastiere, scandito progressivamente dalla batteria e dalla chitarra elettrica con un synth a ricamare un tema. Il pezzo si ferma e si apre dolcemente ad un arpeggio di tastiere, ad un synth flautato, al pianoforte che conducono ad un bridge e quindi alle armonie della chitarra elettrica su cui si innestano nuovamente le scansioni aggressive di batteria a riprendere il tema iniziale, questa volta eseguito dalla chitarra elettrica.
Il pezzo, come il titolo chiarisce, alterna sezioni aggressive (‘Hate’) poste all’inizio ed alla fine che rimandano allo stile progressivo dei Rush (YYZ) con una dolce (‘Love’) in cui, dopo un giro di tastiere simile a quello di Profondo rosso, vengono evocate le atmosfere, care a Pignatelli, di Jennifer, impreziosite dalle note di Morante.

Bon ton ed il trittico composto da Pignatelli (Kingdom, Dark blue(s), Love & hate) mi fa pensare ad uno score per un noir di Michael Mann.
Miami, notte, i neon, le insegne luminose, un auto sfreccia guidata da un uomo, un criminale che ha deciso di cambiare vita dopo un ultimo colpo, per dare un futuro alle persone che ama e che da poco ha ritrovato. Ma è stato incastrato dai complici che lo vogliono morto, così come la polizia. Lo inseguono: venderà cara la pelle…..

008 (Morante, Pignatelli, Guarini, 5’16”) Un riff di chitarra elettrica di poche note in eco, entra la batteria a segnare un quadrato mid tempo, il basso pulsa potente, contrappuntato dall’organo in chiave funky, il synth esegue un tema semplice a cui segue il refrain. Dopo aver ripetuto questa sequenza, si innesta una sezione più oscura in cui i synth rielaborano il tema in modo drammatico per poi riprendere lo sviluppo iniziale.
Il riff elementare di chitarra (doppietta di due note, pausa, tripletta con aggiunta di una nota), proprio perché così semplice, è di quelli che si conficcano micidiali in testa e, rallentato, potrebbe diventare un classico giro alla Black Sabbath. Il brano è costruito in modo tradizionale, in pratica come una canzone, tanto che non ho difficoltà ad immaginarmi la voce un po’ lagnosa di Ozzy Osbourne che intona la versione sabbathiana di 008, ‘Hell to pay’, storia che potrebbe diventare un episodio di una serie televisiva fantastique.
Jack, giocatore d’azzardo professionista, vive in modo dissoluto vincendo grosse somme a poker che poi spende in belle donne e vizi vari. Quando scopre di avere poche settimane di vita perché colpito da un male che non lascia scampo, Jack pensa di sfidare il diavolo a poker: in palio salute e ricchezza qualora dovesse vincere e la dannazione eterna in caso di sconfitta. Jack arrivato in vantaggio all’ultima mano, si trova servito di un full e punta tutto ma il diavolo lo ‘vede’ e beffardo gli cala un poker di Re, un ‘four of a kind’. A Jack, sconfitto, non restano che pochi giorni di vita, poi avrà l’inferno per pagare il suo debito….